giovedì 27 gennaio 2011

ROM, SINTI E GAGE': CULTURE IN DIALOGO

ROM, SINTI E GAGE': CULTURE IN DIALOGO
“Rom, sinti e gagè: culture in dialogo?” è il titolo del 23�º Convegno Nazionale dell’Associazione Italiana Zingari Oggi (AIZO), che si è svolto a Rovereto (TN), il 28 e 29 maggio scorso. Ad esso hanno partecipato diversi e qualificati esponenti internazionali della cultura rom e sinta, che sono giunti appositamente per una cerimonia unica: quella dell’innalzamento per la prima volta della bandiera romanì tra le altre 88 bandiere nazionali che sventolano nel viale della Campana dei Caduti.
Abbiamo chiesto a Carla Osella, presidente nazionale dell’AIZO, di presentare in questo numero della nostra Rivista alcune finalità di questo convegno mettendo in evidenza soprattutto il significato dell’identità culturale di una popolazione minoritaria con la quale anche noi sempre più spesso ci confrontiamo nelle nostre città.

La bandiera romanì issata con pari dignità in mezzo alle altre 88 è veramente un evento “memorabile”. Se leggiamo sul vocabolario la definizione di bandiera troviamo che essa è il simbolo che rappresenta una popolazione, uno Stato.
La bandiera romanì è stata scelta durante il primo Convegno Mondiale della Romanì Union (IRU) nel 1971 (il 18 aprile 1971 a Londra dai rappresentanti di rom e sinti convenuti da molti paesi sia europei che extra europei).
Questo vessillo ha due colori: l’azzurro rappresenta il cielo, la libertà; il verde il colore dei prati, della terra; al centro della bandiera la ruota di colore rosso, la stessa che troviamo sulla bandiera indiana, terra d’origine di questa popolazione e segno di mobilità, di cambiamento.
Una bandiera simbolo di un popolo senza territorio! Ma di una comune radice culturale! Anche se questo popolo si definisce con nomi diversi: rom e sinti, suddivisi poi ancora in gruppi differenti; tutti appartenenti a questa grande popolazione che nel mondo contra oltre trenta milioni di individui; in Europa raggruppa dodici milioni di persone. Oggi sono la più grande minoranza europea!
Un popolo in diaspora, ma che vuole essere presente con la sua ricchezza ed i suoi valori per l’edificazione della Casa comune europea, un’Europa dei popoli. Vuole essere presente nonostante gli stereotipi che emergono continuamente dai mass media, che spesso degradano la sua immagine a causa di alcune frange devianti che si trovano anche nelle altre popolazioni, anche tra gli italiani… sovente i pregiudizi si generano a causa di una mancata conoscenza, anche voluta.
In tutto il mondo rom e sinti sono stati dipinti con una vasta gamma di immagini contrastanti e contraddittorie. Accanto al rom e al sinto che ama l’av-ventura e vive in libertà senza obbedire alle leggi viene presentato anche quello parassita che minaccia la salute, la proprietà e la persona della società maggioritaria. Parliamo di una minoranza culturale che ha diritto a vivere uno stile di vita proprio, diverso da quello della società maggioritaria.
Nel luglio del 2000 durante il convegno mondiale dell’IRU (al quale ero presente) a Praga, i membri rom e sinti intervenuti hanno scelto di definirsi “nazione rom, senza territorio compatto e senza pretese di tale territorio”.
Anche nel documento dell’IRU del 2009: “Statuto - Quadro del popolo dell’Unione Europea” si parla di identità e la proposta è il riconoscimento da parte dell’UE dell’esistenza di una nazione rom senza territorio”. In questo documento viene chiesto ancora che “l’Unione Europea proclami la nazione rom, che vive nel suo territorio, come una delle nazioni costitutive dell’Europa in piena uguaglianza rispetto a tutte le altre nazioni che la costituiscono, indipendentemente dalle loro relazioni riferite a Stati e territori”. Mentre noi chiediamo questo riconoscimento, purtroppo ancora disatteso, chi riconosce l’identità romanì sono i giudici che spesso definiscono la pericolosità in base all’appartenenza etnica. Ad esempio, una ragazza di sedici anni è stata definita delinquente abituale.
Nazione uguale in mezzo alle altre e qui non posso fare a meno di parlare di “zingarità”, di identità romanì, di forte senso di appartenenza ad una comunità dove gli individui vivono le stesse tradizioni.
Sociologi e antropologi dibattono continuamente che nel futuro si assisterà all’emergere sempre più di una cultura di meticciato. Da sempre rom e sinti, attraverso i loro viaggi, vivono l’influenza delle altre culture ed hanno, attraverso i secoli “zingarizzato” tutto: dalla musica alla cucina, ai riti religiosi; hanno avuto la capacità di acquisire, appropriarsi, trasformare.
La cultura è sempre continua evoluzione, anche quella romanì. I giovani non sono come i loro genitori. Le tradizioni condivise derivanti da un passato comune, una identità sociale distinta, una lingua comune, un repertorio di favole, poesia e musica, sono un grande patrimonio, una forza che dà vita ad una comunità piccola o grande che sia.
Non dobbiamo dimenticare che “l’etnia zingara ha una cultura specifica, che non è subalterna, né alternativa alla cultura maggioritaria, m ma è semplicemente differente”. Noi sappiamo però che è un popolo con non poche difficoltà, a vari livelli!!! Ha però le risorse per continuare il suo percorso anche se l’influenza esterna non sempre ha portato modelli positivi, ma niente è statico, tutto è dinamico ed il futuro è in continua evoluzione.
La crisi che molti vivono, l’assenza di documenti, le difficoltà ad inserirsi nel mondo del lavoro, il problematico adattamento ad una modalità di scolarizzazione che non è la propria, il disagio crescente delle giovani generazioni attratte dal fascino di facili guadagni, la caduta di alcuni nel circuito delle dipendenze (droghe e alcool), la depressione che coinvolge purtroppo anche i giovani, la crisi esistenziale, il malessere e l’inquietudine dell’oggi saranno superabili tanto quanto i rom e i sinti si sentiranno forti della propria spiritualità gitana, dello sviluppo di capacità di interazione con la società maggioritaria, scegliendo senza paura l’andare incontro all’altro, lo scambio, il dialogo da cui può scaturire un arricchimento di entrambe le parti.
Continuando dunque a zingarizzare ciò che di positivo si sperimenta nelle altre culture, tale passaggio avrà dei costi, ma da queste sofferenze nascerà il nuovo rom e sinto. Perciò quando vedremo sventolare la nostra bandiera, potremo essere fieri, perché avrà in mezzo alle altre la stessa onorabilità del riconoscimento di una nazione senza territorio, e potremo raggiungere la consapevolezza di appartenenza ad un popolo che ha arricchito l’Europa come le altre popolazioni.

Carla Osella

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